Dalla morte si può imparare. Anzi si deve




"Cos’hai? Ti è morto il gatto?". Quante volte ho sentito questa frase. Un modo di dire che vorrebbe essere spiritoso e non lo è per niente. E chi ha un gatto, e soprattutto ha avuto un gatto, lo sa bene. 
È iniziato circa un mese fa, prima stava bene. Qualcosa dentro di lui però stava crescendo, silenziosamente, tanto da arrivare a compromettere la sua capacità cardiaca e respiratoria. Lui, che 16 anni fa abbiamo adottato dopo che qualcuno lo aveva buttato in un cassonetto, chiuso in una busta di plastica. Ce lo siamo portato a casa e dopo un giorno e una notte passati sotto il divano, ha deciso di uscire e di accettarci come compagni di vita. Una vita condivisa con noi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Con noi è cresciuto e invecchiato. Ci ha fatto ridere con le sue peripezie da funambolo; arrabbiare, quando disseminava uccelli e topi morti o peggio moribondi in tutta la casa; preoccupare, quando spariva per qualche giorno e tornava tronfio da chissà quale rocambolesca avventura; snervare, tutte le volte che ci ha svegliati in mezzo alla notte saltando sul nostro letto, o miagolando all'alba per ricevere finalmente un pasto. Si è adattato alla nascita di Valentina e si è attaccato a lei come mai avrei pensato fosse possibile. Da bullo del quartiere, per amore di questa bambina si è trasformato in un compagno di giochi fedelissimo. Si è lasciato addestrare, letteralmente, imparando a fare cose incredibili. Lei non si addormenta senza di lui, e non c'è sera che lui non sia alle 20:00 esatte sul suo letto ad aspettarla.  
Ma ora il veterinario gli ha dato ancora un mese di vita al massimo.

Come spiegarlo a Valentina, troppo grande per non capire, e troppo piccola per relativizzare? Non ci ho dovuto pensare a lungo. Di pancia, ho deciso che la verità è sempre la via migliore, perché in questa società così lustra ed estetica, i bambini vengono protetti dal dolore e dalle tragedie, e hanno perso il senso reale della vita, che non può prescindere dalla morte. Così le ho spiegato che Otto è molto vecchio, e come succede a qualsiasi altro essere vivente, il suo corpo non funziona più come dovrebbe. Un po' come una candela ormai consumata, quando la fiammella si sta spegnendo. Può succedere dolcemente, ma a volte lo stoppino scoppietta, si spegne per poi si riaccendersi debolmente. La cera però è finita, ed è meglio soffiare delicatamente per spegnere quella fiammella, affinché non debba più soffrire cercando di rimanere accesa. 
Ciò che è stato importante farle capire è che l'egoismo va messo da parte. Non possiamo aggrapparci alle persone o agli animali che amiamo perché la loro assenza ci fa soffrire. Amare significa capire quando è il momento di lasciar andare. E questo è un insegnamento che vale tanto nella morte, quanto nella vita.
Ha pianto, come è normale e giusto che sia, ha detto che non vuole che Otto muoia, e che nessun altro gatto sarà mai come lui. Ma ha capito. Meglio e più in fretta di quanto sperassi. E questo mi ha insegnato che noi grandi troppo spesso sottovalutiamo l'innato senso di accettazione della vita che hanno i bambini. La loro resilienza, e la loro capacità di guardare sempre avanti.

Ho parlato di: morte, amore, bambini, animali domestici, gatti, vita e morte.

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